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CURVE ITALIANE A NY

Beauty / BEAUTY / July 8, 2013

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Oggi sul nostro canale curvy, vogliamo lasciare la parola a Giorgia, che si è rivolta a noi, ci ha raccontato la sua esperienza, da cui è poi nato un progetto, che noi vogliamo sostenere e condividere con voi.

Mi presento: mi chiamo Giorgia, ho 29 anni e per almeno due terzi della mia vita sono stata in standby.

Cosa voglio dire? Voglio dire che ho passato gran parte del mio tempo cercando di somigliare a un’immagine che avevo in testa, l’immagine di come avrei dovuto essere, di come mia madre avrebbe voluto che fossi, di come i giornali mi dicevano di essere. Non le somigliavo neanche un po’, questo è chiaro. Magari adesso sembra una cosa sciocca (o almeno superabile), ma prima non lo era per niente. Vivevo condizionata da un continuo ‘poi’, tutte le mie azioni erano subordinate a un eventuale dimagrimento (sì, tutto lì): quando dimagrirò conquisterò il ragazzo dei miei sogni – pensavo – e andrò bene in matematica. E avrò tanti amici. Quando dimagrirò andrà tutto bene.

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Come se ogni difficoltà della mia vita si potesse in qualche modo ricondurre al mio peso. Certo, forse sono stata un po’ incoraggiata, forse certi discorsi dei miei familiari mi hanno indirizzata verso un errato modo di vedere le cose.

Per esempio, ricordo che mia madre tendeva a dirmi – ogni volta che le parlavo di un qualche problema, scolastico o umano – che se fossi stata magra avrei avuto meno difficoltà. Oh, non prendetevela con lei, era solo in pena per me! Anche lei, con il tempo, ha capito.

Fatto sta che qualcosa non andava: i miei modelli di riferimento (gli unici a disposizione in quel periodo storico) erano quasi impossibili da emulare, parliamo dei tempi di ‘non è la rai’, tempi in cui shorts e parigine, cravatte e gonnelline a pieghe stile divisa scolastica giapponese e jumpsuit attillate con l’apertura a goccia sulla schiena impazzavano, letteralmente, in ogni scuola. C’era chi poteva permettersi di uniformarsi, c’era chi non poteva farlo perché i genitori (giustamente, aggiungo) lo impedivano, e poi c’ero io: ci provavo, ma riuscivo solo ad apparire vagamente ridicola e terribilmente goffa.

Gli anni sono passati, tra alti e bassi. Gli alti sono rappresentati dai picchi di dimagrimento, i bassi dal contrario. Insomma, in qualche modo persistevo nell’errore di pensare che la mia vita andasse più o meno bene a seconda del numero sulla bilancia, e non c’era modo di schiodarmi da quel pensiero!

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Sono comparse le forme da donna, i ragazzi sono entrati nella mia vita, gli amici pure, ma sempre in modo distorto e disfunzionale: con gli amici maschi avevo atteggiamenti seduttivi, perché dovevo cercare conferme; per quanto riguarda i ragazzi, non li cercavo tenendo conto della compatibilità, ma in base al grado di difficoltà, per dimostrare (in caso di successo, dopo lunghi periodi di sofferenza) di potercela fare.

Mi sono iscritta all’università, a un certo punto, ma l’ho lasciata perché avevo in media un attacco di panico ogni volta che vi mettevo piede, agli esami rischiavo il collasso, e per rivolgere parola anche solo ai colleghi dovevo fare training autogeno (e non funzionava, sia chiaro).

Insomma, potrei ammorbarvi con dettagli bizzarri e aneddoti angoscianti, ma non vorrei che viaddormentaste. Veniamo, piuttosto, alla parte ‘buona’.

Cosa è successo poi?

Poi è successo che le giuste guide e i giusti spunti di riflessione (scaturiti, spesso, da semplici chiacchiere tra amici), insieme al terribile bilancio che mostrava quanto fosse fallimentare il mio modo di vivere e vedere la vita, ha stimolato in me il cambiamento.

E, finalmente, non sto più parlando di un cambiamento estetico, di una dieta o di un anno di duro lavoro in palestra. Sto parlando di un cambio di prospettiva. La cosa ironica dell’acquisire consapevolezza e accettarsi, è che rende magicamente possibile anche lavorare sul proprio aspetto perché, chiaramente, meno ti vuoi bene e più ti fai del male, più ti vuoi bene e meno te ne fai.

Lo so, state pensando qualcosa come ‘sì, brava, bel discorsetto. Ma come si fa, a volersi bene, quando sotto sotto ci si odia?’. Si fa, si fa, non credete che sia così difficile.

Bisogna affrontare un lungo percorso, ma è un percorso fruttuoso.

Ora sono esattamente l’opposto di quella che ero un tempo, pur avendo mantenuto più o meno lo stesso aspetto: attacco bottone con tutti, sorrido sempre, punto i piedi per far valere i miei diritti e, forse, sono diventata fin troppo esigente nei confronti della vita, ma direi che va bene così!

Da poco più di un anno gestisco un blog, ‘Morbida, la vita!’. Parlo di moda sopra la taglia 46, autostima e accettazione di sè – ma anche d’altro, saltuariamente – e mi rivolgo a donne come me, che stanno affrontando quello stesso percorso. Provo a trasmettere gli stessi spunti di riflessione che hanno aiutato me a fare passi avanti, provo a stimolarle a cambiare prospettiva.

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Forse non riesco a essere d’aiuto a tutte, ma i messaggi pieni d’affetto che arrivano da una parte delle mie lettrici rinnovano sempre, in me, la voglia di continuare. Vorrei fare di più, lanciare messaggi più forti, mettermi in gioco su tutti i fronti, ma devo dire che mi trovo spesso a combattere con un’Italia ancora un po’ ‘ferma’. I giornali e i brand di moda ci mostrano segni di una fantomatica apertura verso una nuova concezione della donna, un nuovo rispetto, una visione più democratica. Le donne sono donne qualunque forma abbiano, la bellezza è bellezza qualunque taglia vesta. Dicono. Ed è quello che dico anch’io, solo che – purtroppo – spesso a tante belle parole e a tanto marketing non corrispondono i fatti. Lo stesso giornale ti parla di come vivere con disinvoltura le tue curve, in una pagina, e in altre 49 ti mostra quante donne vip hanno messo su pancetta, quali siano le tecniche per dimagrire più velocemente, quanto sia vicina la prova costume. Una cosa che disorienta, secondo me, un po’ chiunque. Specie le ragazzine già di base confuse,come lo ero io.

Beh, io voglio combattere. Vorrei fare sentire la mia voce, e con la mia quelle di tutte le ragazze/donne che mi seguono. Faccio DI TUTTO per riuscirci. Ho chiesto aiuto ad Antonio e Roberta perché ho lanciato un nuovo progetto, ed è decisamente una cosa più grande di me. Senza divulgazione massiccia, senza aiuto da parte degli altri, non ce la farò mai, ed è proprio per questo che mi sono decisa a farlo: per dimostrare non solo che, con la tenacia e la dedizione, si possano fare cose enormi… ma anche che chiedere aiuto e riceverlo non è un’utopia, ci si può aprire al mondo, ci si DEVE aprire al mondo. Chiaro, si ricevono tanti no, ma bisogna incassarli e continuare a perseguire gli obiettivi. Sempre.

Il mio ‘piano diabolico’ è questo: desidero andare a New York, ficcare il naso nell’universo della moda plus size americana e girare un reportage (documentario, chiamatelo come volete) ‘social’, con vlog/articoli sul blog e aggiornamenti costanti tramite facebook/twitter/instagram da ‘insider’. In che senso insider? Nel senso che quello che intendo fare è tentare di diventare una modella plus size (per paradosso e per sostentamento, altrimenti sarà difficile sopravvivere lì) e raccogliere ogni tipo di materiale per i miei follower. Vorrei raccontare cosa succede alle ‘open calls’, intervistare modelle che lavorano già, parlare con le blogger del posto, conoscere i designer. Insomma, vorrei trascinare gli occhi e le orecchie di chi mi segue con me, lì. Risponderò alle domande, condividerò le mie impressioni, chiacchiererò in diretta con loro.

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Il progetto ha tante sfaccettature e può prendere di certo pieghe inaspettate, ma prima di correre con la fantasia è necessario realizzare il primo step: creare le premesse perché si possa concretizzare. Ho istituito una raccolta fondi, tramite crowdfunding – ovvero ‘finanziamento di massa’ – su un sito che si chiama kapipal. Ho fissato il traguardo a 5000 euro e, lo so, sarà difficile raggiungerlo. La logica base del crowdfunding è che tantissime persone versino pochissimo (la donazione minima è fissata a un euro), perché il progetto non gravi su nessuno, ma tutti insieme con un piccolissimo sforzo facciamo qualcosa per realizzarlo. Sarebbe un segnale forte della ‘nostra’ presenza, sia per i media che per noi stesse, e io ci credo moltissimo, ma ho bisogno di tanto aiuto!

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Insieme si può fare tantissimo, si può dimostrare che un’idea non è necessariamente destinata a rimanere tale, ma può trasformarsi in un fatto concreto. Una cosa importante, non trovate?


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